NEWS - Scuola Isontina di Alpinismo

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NEWS

20/12/2016
Tratto da Planet Mountain
Cima Verde del Montasio, nuova via Amici per sempre

Alpinismo nelle Alpi Giulie: domenica 18 dicembre Enrico Mosetti, Alberto Giassi e Davide Limongi hanno aperto Amici per sempre (IV/4+, 350 mt), una nuova via di arrampicata su ghiaccio e misto sulla parete nord della Cima Verde del Monte Montasio...............

20/12/2016
La storia di un chiodo
di Patrick Tomasin
estratto da Bivacco sotto la Rocca dicembre 2016


“Se hai piantato un chiodo, ed è piantato davvero bene, lascialo, potrebbe servire a qualcuno, se trovi un cordone di sosta dubbio cambialo, vale più della tua vita”. Queste alcune delle frasi di un amico che mi ha svezzato alpinisticamente e che sono entrate a far parte del mio background. Si potrebbe discutere ore, giorni o forse l’intera eternità senza venirne a capo, nel campo della chiodatura le opinioni sono delle più disparate, spesso contrastanti e soprattutto inconciliabili. Anni fa un amico si era occupato dell’attrezzatura di alcuni settori della Val Rosandra, sostituendo i chiodi tradizionali spesso arrugginiti con spit/fix o resinati. Mi raccontò che i chiodi estratti, anche se esternamente integri erano spesso letteralmente consumati per la parte conficcata nella roccia e molti si erano rotti già alle prime martellate. Mi raccontò anche di come spesso si arrampicava in “Valle”, dove il principio di “chi vola vale / chi non vola è un vile” doveva ancora arrivare e le salite “in libera” venivano fatte arrampicando senza passare la corda nei rinvii e solo nei momenti di difficoltà “tirando i chiodi”. Lui fa parte di quella generazione abituata a salire “fino ai quinti con gli scarponi”, cose difficili da fare per me e presumo per buona parte degli arrampicatori delle generazioni successive alla sua. Fatta questa premessa, normalmente, una buona frequentazione delle vie alpinistiche garantisce (o almeno così si presume) un adeguato ricambio delle attrezzature, basato sulla valutazione degli alpinisti che salendole valutano dove aggiungere e se eventualmente lasciare qualche chiodo. Le ultime estati mi hanno visto protagonista o spettatore di alcuni episodi che mi hanno fatto riflettere. Nel corso dell’estate appena trascorsa ho lasciato alcuni chiodi lungo le vie percorse in montagna, uno di sosta su un comodo terrazzino, letteralmente infilato in un buco di roccia molto compatta, il secondo di passaggio, in una fessura obliqua ed esposta, vicino a un altro chiodo a lama, mezzo arrugginito e parzialmente sporgente. Asportarli, soprattutto nel primo caso, avrebbe comportato la demolizione parziale della roccia, sempre a patto che fosse possibile farlo. Ho deciso di lasciarli, pensando, forse con un po’ di arroganza, che sarebbero potuti servire a eventuali ripetitori. La scorsa estate ripetei con un amico la via “De Infanti Pachner” alle Crete Cacciatori. Diversi chiodi di passaggio e qualcuno di sosta descritti nella relazione mancavano, evidentemente asportati da uno dei tanti salitori. Lo stesso era accaduto qualche anno prima a dei miei amici su una via in Dolomiti. In entrambe i casi, le moderne protezioni veloci e qualche chiodo avevano permesso di percorrere la via senza eccessivi disagi. Nel caso dei miei amici, due chiodi da loro piantati e “tirati” per la progressione, erano stati lasciati lungo una fessura, quel giorno difficilmente percorribile perché letteralmente fradicia, mentre altri due erano stati tolti in alto presumendo fossero piantati “fuori via”, si trattava in realtà del raccordo di una difficile via vicina. Una ragazza uscita da un corso della scuola di cui sono membro, durante una delle sue prime “scorribande alpinicole” estive aveva tolto un chiodo da una via che nei mesi precedenti anche io avevo percorso. Per la precisione il chiodo le era stato molto utile in salita, dove lo aveva rinviato garantendosi una buona protezione e l’aveva tolto lungo la discesa in corda doppia, dopo che il compagno si era rifiutato di compiere la medesima operazione. Mi sento di aggiungere che il chiodo non era piantato “a regola d’arte”, ma ricordo anche di averlo rinviato dopo averci strozzato alla base un cordino. Era l’ultima domenica di settembre quando, dopo avere percorso una recente via sulla parete sud del Monte Peralba, ero andato a vedere l’attacco di alcune vie vicine. Ricordo che dopo la mia ripetizione, tornato da quelle parti, avevo appurato che, forse a causa di un piccolo crollo, il primo chiodo da me rinviato, posto su un passaggio ostico a pochi metri da terra era sparito. Rispetto a quel “sopralluogo” domenica erano ricomparsi ben tre chiodi e un cordino: uno “di attacco”, un primo di progressione piantato a mio avviso in maniera a dir poco precaria e pericolosa e un ultimo chiodo con cordino, a prima vista molto affidabile. Tutto questo sarebbe sufficiente a fare capire come le opinioni e il modo di agire siano molto vari, come la frequentazione di una via possa contribuire alla sua “manutenzione” ma anche di come la stessa frequentazione possa portare a radicali cambiamenti nella chiodatura. Anche lungo le vie sportive, o simili sono solito portare il martello e qualche chiodo, non è per quei 500 g in più che non sono un top climber, preferisco darmi un’opportunità nel caso di qualche inconveniente, ma anche in questo caso è questione di gusti. Giungo all’episodio che ha generato la nascita di questo articolo. C’era un chiodo, che non rinviavo mai ma che miei amici avevano piantato a circa 3 m da terra su una via nella falesia di Sistiana, la mia era una libera scelta. La loro azione era avvenuta con buona fede, forse con un po’ di altruismo e forse con un po’ dell’arroganza di cui avevo scritto precedentemente. Essi avevano pensato di fare cosa buona, regalando alla “comunità” € 8 di chiodo e € 3 di maillon rapide, per salvare le caviglie di eventuali ripetitori, scivolati prima di rinviare il primo resinato posto a circa 5 m di altezza. Chi avesse voluto lottare con l’alpe a poche decine di metri dal mare e a pochi passi da un ribollente depuratore, saltando il chiodo e rinviando la successiva decina di fittoni resinati avrebbe potuto farlo. Pochi giorni o qualche settimana dopo era sparita la maglia rapida e il moschettone posto direttamente sul chiodo avrebbe fatto una bruttissima leva a contatto con la roccia rischiando di spezzarsi con una banalissima e minima caduta. Almeno il chiodo era in salvo, infilato talmente bene dentro a un buco che l’occhiello era praticamente annegato nella roccia. Per estrarlo sarebbe stato necessario demolire parte di quei buchi naturalmente presenti e che in alcuni casi fungevano da appoggi o appigli. La sorpresa è arrivata sabato, quando, a Sistiana per salutare qualche amico ho scoperto che il chiodo non c’era più e per toglierlo era stata demolita la roccia tutto attorno al chiodo stesso Leggendo forum, discussioni etc. ero abituato a vedere orde di cavalieri, nascosti dietro a un nickname disposti a sfidarsi a colpi di tastiera, favorevoli alle mitragliate di spit o alle martellate sugli stessi, in nome di uno o dell’altro credo. Ero altrettanto convinto che fatti come quelli sopra narrati o come le vie scavate “su misura” o altrettanto attrezzate, fossero retaggio del secolo scorso evidentemente mi ero sbagliato, visto quanto sta accadendo a due passi dal mare...

20/12/2016
Selvaggio Blu più Blu...
di Fabio Fabi
estratto da Bivacco sotto la Rocca dicembre 2016


È mattina, lo sguardo si allarga dall’alto della collina sorvolando il piccolo abitato di Santa Maria Navarrese per perdesi nel blu di questo mare di Sardegna. Come spesso accade alla fine di un’intensa avventura trascorsa nel pieno contatto con la natura, non so se il trekking “Selvaggio blu più blu” che ho vissuto negli ultimi sette intensissimi giorni sia stato reale o un prodotto onirico della mente. Ritornano così immagini di guglie che precipitano nel mare, spiagge rocciose di bianche ghiaie che si tuffano in uno spumeggiante blu intenso e ancora campi solcati pensili su appicchi giallastri e strapiombanti che si aprono su scure e inquietanti grotte marine, per finire notti con profondi cieli stellati ed una luna che rischiara i nostri volti che sbucano dai giacigli di fortuna. Ore di cammino attraversando la macchia mediterranea, lungo antiche tracce di pastori che conducono a nascoste baie protette da rocciosi e contorti fiordi che le occultano. Tra ginepri ritorti, lentischi giganti, lecci abbarbicati ai pendii pervasi da aromi mediterranei, di terra e salso, su e giù per i dislivelli di questa terra del Supramonte, con le nostre guide di Baunei, si cammina in questo intreccio di sassi, di giardini pensili superabili a volte soltanto con l’ausilio di corde fisse, tratti di arrampicata in sicurezza e vertiginose discese in corda doppia nel vuoto. Selvaggio Blu più Blu... La memoria va infine alle serate attorno ai fuochi dei bivacchi dove l’allegria accompagna i partecipanti a raccontarsi piacevolmente sorseggiando del tipico vino Cannonau, il dolce del liquore di Mirto e la robusta grappa “filu ferru”. Natura incontaminata, territorio aspro e magnifico si fondono in relazioni umane fatte di sudore, adattamento, stupore e spirito di gruppo all’interno di un percorso d’inestimabile valore culturale, paesaggistico ed umano. Un ringraziamento va ai miei compagni di avventura, soci della nostra sezione: Chiara, Anna, Gianfranco e Fabio.

15/09/2016
Arrampicare a Baška
di Patrick Tomasin
estratto da Bivacco sotto la Rocca - Settembre 2016


Nella nostra regione e nelle aree limitrofe sono presenti meravigliose falesie di calcaree che permettono di scalare praticamente tutto l’anno. L’ottima esposizione e in alcuni casi l’essere riparate dal vento consentono di ritrovare anche in pieno inverno condizioni miti difficilmente immaginabili a chi non pratica l’arrampicata sportiva; non è cosa rara infatti avvicinarsi alle falesie bardati di giubbotti o piumini per poi arrampicare in maniche corte anche nei mesi più freddi dell’anno. Il rovescio della medaglia si presenta nei mesi estivi, dove le falesie ombreggiate scarseggiano e arrampicare nelle ore centrali del giorno, a patto di non andare in montagna, diventa improponibile. Durante il mese di agosto, siamo tornati a Krk, nel Quarnero, a pochi chilometri da Rjieka. Molto estesa e varia, l’isola offre agli appassionati di outdoor svariate attività all’aria aperta quali escursionismo, corsa, parapendio, cicloescursionismo, escursioni speleologiche, mountainbike, arrampicata e ovviamente il mare, in ogni sua forma. Praticamente un sogno! Nel corso della nostra vacanza, reduci da una settimana di arrampicate tra i gruppi del Sella e del Catinaccio, abbiamo deciso di non spostarci troppo lontano da casa, rimanendo piacevolmente sorpresi dalle risorse offerte dall’isola. Le giornate sono trascorse rapidamente alternando nuotate e giri escursionistici a qualche arrampicata. Una piacevole sorpresa è stata la falesia “Portafortuna” di Baška (Bescanuova), dove sono presenti una settantina di tiri, con difficoltà dal 4a al 7c, attrezzatura ottima per quanto riguarda le vie che abbiamo salito e moltissimi tiri di lunghezza tra i 20 ed i 30 m. A coronare il tutto un calcare solido e ruvido a gradazione “morbida” che non ha riservato brutti imprevisti. L’esposizione a nord e la relativa quota ci hanno inoltre permesso di non patire il caldo nonostante fossimo ad agosto, indossando addirittura la maglia a maniche lunghe nelle serate più fresche. La falesia è facilmente raggiungibile in una ventina di minuti a piedi, percorrendo un sentiero ben tracciato e parzialmente segnato che parte dalla strada principale, la quale collega Krk a Baška, buone sono le possibilità di parcheggio. Molte informazioni utili sono disponibili digitando il sito: climbinbaska.com, compresa una comoda guida gratuita scaricabile in formato pdf. Mi sento di consigliare ai frequentatori di questa falesia prettamente estiva l’uso del casco. Essa si trova sotto un ciglione detritico frequentato da animali al pascolo che inavvertitamente possono provocare la caduta di massi, come già accaduto durante la nostra breve frequentazione. Diverse vie, alla fine non sono dotate di moschettone, è pertanto necessario conoscere le relative manovre. Sull’isola sono presenti altre due falesie con complessivamente un’altra cinquantina di tiri per tutti i gusti, anche in questo caso il sito di riferimento rimane quello evidenziato sopra. Buone arrampicate a tutti!

15/09/2016
SCUOLA ISONTINA DI ALPINISMO CORSO ROCCIA “AR1 2016” - 20 APRILE - 12 GIUGNO 2016
Di Martina Di Zorz
estratto da Bivacco sotto la Rocca - Settembre 2016

Il prossimo 12 giugno si concluderà il CORSO ROCCIA “AR1 2016” istituito dalla Scuola Isontina di Alpinismo sotto la direzione di Patrick Tomasin. Il corso, rivolto a chi voleva conoscere ed approfondire l’arrampicata su roccia in montagna, si è articolato in 8 lezioni teoriche presso le sedi CAI di Gorizia e Monfalcone e altrettante pratiche, in falesia e ambiente alpino, dove l’allievo ha potuto imparare a conoscere i materiali ed il loro impiego, la progressione della cordata in parete e la tecnica base dell’arrampicata. Il Corso ha proposto un approccio per gradi a seconda della preparazione dell’allievo, finalizzato a trasmettere la formazione necessaria per affrontare in sicurezza e autonomia itinerari di arrampicata su roccia in ambiente di montagna. Quando mi recai alla sede del CAI di Gorizia per iscrivermi al corso roccia AR1 2016, trovai il corso già al completo, anche se le iscrizioni erano aperte da poco. Il direttore del corso, Patrick Tomasin, rammaricato, mi comunicò che non c’era più posto. Me ne andai rassegnata pensando in maniera fatalistica che doveva andare così e avrei perciò dovuto aspettare il prossimo anno. Sfidando questo fantomatico “destino” con tutto l’impegno possibile, Patrick si è mobilitato per trovarmi uno spazio all’interno del gruppo che prevedeva il numero massimo di dieci persone. Alla fine è arrivata la conferma, sarei stata l’undicesima allieva del corso. Per tale motivo non saprò mai ringraziare abbastanza Patrick, che si è tanto adoperato per rendere possibile anche per me questa esperienza davvero unica non solo per le attività svolte, ma anche perché qui sono emerse le migliori qualità che l’essere umano possa mostrare. Negli istruttori, oltre alla competenza, disponibilità e pazienza (quanta!), in tutti i partecipanti invece solidarietà e genuinità. Per non parlare della simpatia e delle “doti” enogastronomiche che ci siamo concessi di sfoderare nei momenti di convivialità che hanno seguito le attività più impegnative. Su queste ultime ci si potrebbe dilungare perché le lezioni teoriche e pratiche sono sempre state intense e svolte in maniera impeccabile. Il programma è stato denso, molto da imparare ma anche tanto divertimento e grande soddisfazione. Insomma, ci sono stati tutti gli elementi per creare una combinazione vincente e, adesso che il corso sta per finire, mi sembra siamo riusciti a farli fruttare al meglio, dando ognuno il proprio contributo personale. Per me è stata una bellissima esperienza, ciò è merito di tutti.

15/06/2016
URSPRUNG
Di Patrick Tomasin
estratto da Bivacco sotto la Rocca - Giugno 2016

“Ursprung” in tedesco significa “origine” oppure, in un’altra accezione, vuol dire “sorgente”, da cui un ruscello un fiume si originano. Ursprung è il nome di una cascata situata in Val di Riva, vicino a Campo Tures. Isolata, a circa un’ora e mezza di cammino dal parcheggio, offre un ambiente selvaggio e rilassante. Situata in quota e in posizione favorevole, è una delle prime cascate a ghiacciare e ad essere scalabile nel corso della stagione invernale. Queste caratteristiche la rendono molto “gettonata” e nonostante l’avvicinamento, lungo se comparato ad esempio ad altre cascate della valle o del sappadino, capita spesso di dover fare “fila” ed aspettare il proprio turno alla base prima di attaccare. Siamo su Ursprung, sto salendo da primo di cordata, mi sono appena procurato un taglio sopra il sopracciglio destro da cui, mantenendo fede al nome della cascata, sgorga ininterrotto e copioso il sangue. Se non stessi salendo da primo di cordata, se la protezione fosse più vicina e soprattutto se il sangue non si accumulasse sull’occhio offuscandomi la vista tutto sarebbe più semplice. Almeno in questo tratto la cascata è asciutta. Lungo il primo tiro ero stato costretto a una lunga deviazione verso sinistra, una diagonale fatta per evitare la parte destra della cascata, a gradoni, un po’ fragili apparentemente ma soprattutto perennemente gocciolanti. Sopra a noi tre cordate, a poco era servito alzarsi presto. Salendo, complice anche il vento, cadono secchiate di neve secca e leggera scesa nella notte che, scivolando, cerca di insinuarsi tra il collo e la giacca a vento per poi sciogliersi lungo la schiena. Il bombardamento è costante, non troppo pericoloso, ma sicuramente fastidioso. Uscito da una nicchia con un passo un po’ strapiombante, decido di fermarmi approntando una sosta su ghiaccio alla base di un muretto verticale. Alla mia sinistra c’è Silvio, partito a una ventina di metri di distanza ma le nostre linee convergenti si fermano entrambe prima di quel muro dall’aspetto poco solido. Silvio riparte mentre io sto ancora recuperando Gianni. La sua linea, seguendo la parte più morbida del flusso ghiacciato, ora passa esattamente sopra la mia sosta, nonostante le sue cautele e la sua bravura, conscio di quello che sarebbe accaduto nel caso di una sua scivolata, guardo con apprensione le punte dei suoi ramponi due, poi tre, poi quattro metri sopra la mia verticale. Il muretto termina, lui sparisce dalla mia traiettoria e finalmente tornp a respirare. Gianni sale più a destra della linea di Silvio, pochi movimenti decisi ed è fuori, poi il tiro si appoggia fino alla sosta, anche questa su ghiaccio. Il tiro successivo tocca a me e a Paolo. Nella prima parte seguiamo una rampa di ghiaccio misto neve crostosa, poi una piccozza di difficile estrazione finisce con l’uscire improvvisamente procurandomi un taglio molto sanguinolento ma fortunatamente superficiale. Risalito ancora di qualche metro, finalmente riesco a proteggermi con una buona vite da ghiaccio, a quel punto mi stacco dalla linea di Paolo, risalendo dei salti più verticali fino a raggiungere una trentina di metri più in alto, una bella placconata di ghiaccio gonfio e solido su cui attrezzare con tre viti una sosta a prova di bomba. Lungo la via ho lasciato una scia di sangue, la saliva è impastata, i guanti inzuppati, che, se strizzati, rilasciano parte dei miei fluidi ma fortunatamente Gianni, recuperato, dopo avermi fatto notare che ho una stalattite ghiacciata che scende dal sopracciglio, sale per l’ultimo tiro, un po’ nevoso e monotono, fino a sostare su un alberello. Raggiunta l’ultima sosta, recuperiamo le corde e in tre doppie (le due soste successive sono a spit) raggiungiamo la base della parete. Dopo esserci cambiati ritorniamo al parcheggio. Anche questa è fatta!

 
 
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